così per puccy: Buon compleanno

Sono poche le cose che riescono a smuovere i miei sentimenti, questa li ha trafitti!

cosipergioco:

1945: A Roma l’8 Novembre nasce un bambino. Il bambino si chiama Roberto (nome che in età adulta scoprì essere l’acronimo dell’asse nazi-fascista durante la guerra RO(ma)BER(lino)TO(kio) e per cui si arrabbiò molto con l’incosapevole padre per questa scelta infelice). Il bambino non è bello, anzi è veramente bruttino, tanto che alla nonna, che ritornava dall’ospedale dove il bambino era nato, quando le chiesero “Allora com’è?” lei rispose alzando le spalle e dicendo “Maschio” (non so se capite la gravità della cosa: la NONNA, cioè quell’essere umano che è per natura predisposta a vedere i nipoti belli, ma andiamo avanti). Il bambino cresce sano come può crescere sano un bambino nel dopoguerra in una borgata romana (per la precisione Villa Gordiani). La sua famiglia è composta dalla mamma sarta (Elisa), dal papà (Paris) che lavora alla Ferrobedo e da un fratellino (Massimo) che però nascerà solo 7 anni dopo di lui. Il bambino va alle elementari con altri bambini, piuttosto problematici (cioè più che i bambini ad essere problematici erano i genitori dei bambini, tipo quella mamma che si presentò al “colloquio con i maestri” con una padella dietro la schiena da suonare in testa al maestro appena aprì la bocca). Il quartiere è quello che è, tra gente che di mestiere che fa le truffe o quell’altro che vende abiti rubati, ma il bambino trova comunque la sua dimensione con altri bambini che lo portano a fare delle esperienze che il più delle volte hanno come diretta conseguenza dei gran bei ceffoni da parte dei genitori (tipo quando lo convinsero che fare surf con la tavola da stiro fosse una grande idea, o come quando si lanciò dal primo piano di un palazzo usando l’ombrello come paracadute). Ma la vita va avanti e grazie ai suoi genitori che sono sempre state delle persone oneste e integerrime il bambino cresce seguendo una retta via (che in quel periodo voleva dire anche fare il chierichetto pur di non stare per strada) e diventa ragazzo e inizia a lavorare a 10 anni (età che di questi tempi è qualificabile ancora sotto pediatria, ma parliamo di anni un po’ più difficili) andando ad aprire alle 5 di mattina un banco al mercato (esperienza che per tutta la vita rinfaccerà ai figli ogni volta che proveranno a lamentarsi del loro lavoro). Il ragazzo prosegue per la sua strada lavorando duramente e facendosi le ossa in tutti i cantieri di Roma e imparando il mestiere di idraulico. A 18 anni il ragazzo parte per il militare, va in Marina, dove rimarrà per quasi due anni di cui l’ultimo passato a Portopalo nella punta estrema della Sicilia, in una caserma composta da soli 6 marinai. Che voi capite che cosa vuol dire agli inizi degli anni 60 essere spediti in quel posto a 600 km da casa? Che chiunque l’avrebbe vissuta malissimo, non lui. Come qualsiasi altra cosa nella sua vita, l’ha affrontata a “muso duro” (come diceva Bertoli uno dei suoi cantautori preferiti), cercando il lato divertente in ogni storia, tanto che negli anni successivi parlerà di quegli anni sempre con il sorriso e tanto che è riuscito a mantenere un’amicizia decennale con chi quell’esperienza l’ha condivisa con lui. Il ragazzo nel frattempo poi si era anche innamorato, di quell’amore di cui ci si innamora a 20 anni, del primo amore, dell’amore puro, della ragazza della porta accanto, di quella a cui si mandano le foto con la dedica dietro confidandole quanto la si pensa e aspettando trepidante una sua risposta. E questo amore cresce e cresce ancora fino a che il ragazzo e la ragazza decidono di sposarsi, ma il destino è infame. Il destino è infame, perchè decide di toglierti a soli 26 anni il tuo amore, il destino decide che la tua felicità deve fermarsi qui e decide che tua moglie a soli 26 anni debba andarsene per un tumore. Più avanti quel ragazzo diventato ormai uomo racconterà questa storia sempre molto poco, nascondendola sempre dietro altre storie (come quando ascoltando la canzone di Battisti “Anche per te, vorrei morire ed io morir non so” dirà di averla ascoltata la prima volta quando gli dissero che ormai per quell’amore non c’era più nulla da fare) ma porterà sempre la foto di quel suo primo amore in un’agendina, una foto che avrà scritto sotto “Dio mio, perchè? perchè?”. Ma io ve l’ho già detto che le cose questo ragazzo, fattosi uomo, le affronta sempre a muso duro e in quegli anni trova la passione politica che lo porta avanti. Inizia a lavorare come collaboratore “volontario” all’Unità e, nonostante passi tutti i suoi giorni davanti a l’immagine di quell’amore che gli hanno strappato dal cuore, si fa forza e decide di andare avanti con la sua vita. Si candida per “Democrazia Proletaria”, ma, per quella che sarà una sua fortuna dal momento che in politica uno retto e corretto come lui non sarebbe durato, non viene eletto. Poco tempo dopo entra nell’Italtel (una “affiliata” della vecchia Sip) dove rimarrà fino alla pensione. Ormai a 30 anni quest’uomo ha capito che il mondo non lo cambierà, ma che può provare a cambiare quello che gli sta intorno. Decide così di essere il delegato sindacale della FIOM (non sindacalista, perchè no, i soldi del sindacato no, lui lo fa per avere il potere di smuovere qualcosa, lo fa per gli altri, non per i soldi, incredibile no?). I soprusi e le ingiustizie non vanno giù al nostro uomo e per tutta la vita “sputerà il cuore in faccia all’ingiustizia giorno e notte” (come dirà Guccini, un altro dei suoi cantautori preferiti), perchè la sua felicità non sarà mai reale se anche le persone che lo circondano non stanno bene, perchè le battaglie che farà, per esempio, contro i buoni pasto non saranno per lui, ma per chi malato di malattie lunghe e gravi non poteva essere al lavoro e non aveva quell’integrazione in più. Di battaglie ne ha vinte poche, il nostro Don Chisciotte, e ne ha perse molte di più, ma ha lottato e lotta tuttora. Se prima lottava per lui e i suoi coetanei, ora lotta per i suoi figli e quelli che saranno i suoi nipoti un giorno. Scusate stavo divagando. Nel 1976 al nostro uomo viene presentata una fanciulla di 10 anni più giovane, una fanciulla bellissima, con gli occhi azzurri e i capelli biondi. Lui non è mai stato bellissimo, ma per fortuna ha dalla sua una forte personalità e una forte simpatia e tra i due scoppia l’amore. Un amore vero, che magari per il nostro uomo non sarà uguale all’altro, ma bello e puro, in maniera diversa. Un amore che dimostra che il destino per quanto infame, offre sempre una seconda occasione, una seconda opportunità per essere felici e il nostro uomo la coglie. I due si amano e molto più avanti si sposeranno, non prima di aver fatto due figli, un maschio e una femmina. I due affrontano tanti problemi insieme, tumori, difficoltà con la casa, ma questa è storia nota e ve l’ho già raccontata qui. Ah dimenticavo, la meravigliosa fanciulla si chiama Luigina ed è mia mamma. L’uomo non bellissimo, ma con una forza incredibile, l’uomo che ha sempre affrontato la vita guardandola in faccia, che è caduto cento volte e centouno volte si è rialzato, l’uomo che è ancora capace di ridere e commuoversi è, per mia grande fortuna, mio papà.

Auguri papà.

La luce dei tuoi occhi.